Edgar Morin, un’eredità viva per i licei di scienze umane ed economico sociale

È scomparso da pochi giorni, all'età di 104 anni, l'ultimo maître a penser vivente.

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Edgar Morin. Lo ricordiamo con le parole tratte da Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione che le studentesse e gli studenti delle classi quinte del Liceo Economico Sociale hanno appena concluso di leggere: «La riforma della conoscenza e del pensiero dipende dalla riforma dell’educazione, che dipende dalla riforma della conoscenza e del pensiero».
In questa frase si raccoglie una delle intuizioni più fertili di Morin: l’educazione non è soltanto trasmissione di contenuti, ma trasformazione dello sguardo. Un movimento circolare, quasi una spirale, in cui il pensiero rinnova la scuola e la scuola rinnova il pensiero.

Riportiamo di seguito il contributo di Luigi Mantuano, Isiss Pacifici e de Magistris, Sezze – Società italiana di scienze umane e sociali

L’eredità che lascia Edgar Morin (1921-2026), alla cultura europea e ai licei di scienze umane ed economico sociale in particolare, è una condizione imprescindibile per ripensare il lavoro del docente oggi, soprattutto in un liceo di scienze umane ed economico sociale. Padre del pensiero complesso, ha rivoluzionato le scienze umane europee abbattendo i confini tra discipline. Ne Il paradigma perduto (1973), supera la frattura tra natura e cultura, fondendo biologia e antropologia. Ne La testa ben fatta (1999), propone una riforma pedagogica: promuovere un’intelligenza capace di contestualizzare e collegare i saperi, piuttosto che un arido accumulo di nozioni. Il suo slogan, ripreso da Montaigne, è ancora di bruciante attualità: “E’ meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Questo approccio umanista è un cardine della scuola italiana. Il suo pensiero ha ispirato i documenti ministeriali nazionali, guidando i docenti verso la transdisciplinarità e l’educazione alla cittadinanza planetaria. L’eredità di Morin è viva nel formare cittadini critici, capaci di affrontare l’incertezza del nostro tempo.

I sette saperi necessari all’educazione del futuro, teorizzati da Edgar Morin per l’UNESCO, mirano a superare la frammentazione della conoscenza. Dalla  “cecità della conoscenza: l’errore e l’illusione: l’educazione deve insegnare a conoscere la mente umana e i suoi limiti per prevenire l’errore” a “Insegnare la condizione umana: ogni individuo deve riconoscersi nella sua duplice natura, sia come parte della natura sia come essere culturale”, da “Insegnare l’identità terrestre: siamo tutti cittadini dello stesso pianeta e condividiamo una comunità di destino globale” a “Affrontare le incertezze: la scuola deve insegnare ad navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze” ci ha dato il programma per ripensare la scuola del futuro.

Per Morin, la transdisciplinarità non è una semplice somma di materie (multidisciplinarità), né una collaborazione superficiale (interdisciplinarità). È uno schema concettuale che attraversa e va oltre le singole discipline. Morin spiega che la realtà è complessa e interconnessa, mentre i saperi tradizionali sono separati in compartimenti stagni. La transdisciplinarità permette di far comunicare le scienze naturali con le scienze umane, ricostruendo l’unità della conoscenza per comprendere i problemi globali del nostro tempo.

La storia dei licei di scienze sociali prima e quella poi dei licei di scienze umane ed economico sociali è debitrice alla sua immensa opera di intellettuale e pedagogo. Ma anche di ricercatore sociale. Il suo film Cronaca di un’estate (1956) – protagonisti giovani studenti parigini che si chiedono cosa sia la felicità – che abbiamo fatto vedere nel ciclo di pcto organizzato da Sisus a Roma, Maestri – Uomini e donne che hanno costruito l’Europa con l’educazione – costituisce un esempio per i lavori futuri di ricerca nella Metodologia della ricerca nelle scienze sociali nei LES. In Il cinema o l’uomo immaginario (1956) spiega come l’immagine, e il cinema e l’audiovosivo, non può che essere oggi l’altra faccia della scrittura, e del libro, nella decodificazione della cultura.